lunedì 6 febbraio 2012

Presentazione le libro "Più che amici, fratelli".

Due personaggi simpatici

Mi chiamo Antonio Esposito Tessìopo.
Il mio cognome sarebbe in grado di rivelare il luogo in cui sono nato, come il Brambilla di Milano oppure il Proietti di Roma? Certamente si, se si considera il cognome anagrafico Esposito senonché al detto cognome ho voluto associare lo pseudonimo “Tessìopo” per evitare rischi di omonimia, come si può facilmente immaginare. Il nome Tessìopo, generato dall’ana-gramma del cognome Esposito, mi affascina tra l’altro, per un accostamento di suoni che ricorda filo­sofi e storici della Grecia antica come Anassimene di Mileto, Empédocle o De­mòcrito, Eràclide, Epicùro o Temistio, Speusippo o Tessìopo, irriverenze a parte per i citati filosofi e storici.
Sono nato in una operosa città in provincia di Napoli diventata industriale nel corso degli anni. In tale città ho vissuto bene ma la dovetti lasciare e trasferirmi a Roma per motivi di lavoro. Spesso la ricordo con immensa nostalgia, ricordo la casa della mia adolescenza, le scuole che frequentai e gli amici della mia giovi­nezza.
Ricordo inoltre il suo sviluppo industriale e il benes­sere che in relazione alla cre- scita economica sembrava che non dovesse mai finire. Invece, iniziò un re- gresso costante e inesorabile che andò oltre i sette anni biblici di vacche ma­gre. Parlo di un passato ormai morto e sepolto e siccome è passato non esiste. Cito invece il presente con i suoi mutamenti, le sue evoluzion che hanno inciso pro- fondamente la cultura, l’economia, la politica, la società, gli uomini. Tuttavia, nonostante li abbia percepiti con notevole obiettività, non ho capito se tali muta- menti, in genere, abbiano migliorato o peggiorato le cose.
In altri termini hanno torto oppure ragione i napoletani quando affermano con la loro proverbiale filosofia che stavamo meglio quando stavamo peggio?
Potrei esprimere al riguardo, la mia personale opinione, ma andrei fuori tema, tenuto conto che non è mia intenzione trattare tali argomenti.
Non ho scritto altri libri prima di questo, ovvio che non possa aver guada- gnato scrivendo.
Diventare giornalista era il desiderio e il sogno della mia adolescenza. Da ragazzo mi affascinavano gli articoli e i li­bri, che leggevo con vera passione, di Gianni Brera, di Gino Pa­lumbo, di Antonio Ghirelli, di Bruno Roghi, di Indro Mon­tanelli, di Enzo Biagi, di Sergio Zavoli e di altri, tutti mae­stri di sano giornalismo. Il deside- rio è rimasto nella mente e il sogno nel cassetto. Non me ne lamento, semmai provo un marcato rimpianto, come del primo amore perdu­to, che supero pensando con filosofia “così doveva andare” “accussì aveva ‘j’ “.
Sono ormai un pensionato e durante la mia vita attiva, ho sempre svolto un lavo- ro che rende i numeri più familiari delle lettere.
Giuro che il gioco del lotto non ha nessuna affinità con il detto lavoro. Ma come qualche volta accade, nasceva in me gradualmente, step by step, una passio­ne che si contrapponeva al lavoro quotidiano.
Da una parte i numeri, dall’altra il desiderio di scrivere e di realizzare le mie aspi- razioni letterarie.
Per mettere in pratica il progetto che avevo in mente, dovevo individuare gli stru- menti più idonei e sperimentare le diverse opportunità per trovare, a mio giudi- zio, la migliore. Tra i tanti progetti, mi piaceva l’idea di due pensionati napoletani, cari amici da sempre, felici di ritrovarsi e di trasscorere insieme qualche ora della giornata, in letizia, conversando serenamente.
Volevo elaborare e rendere vitale proprio quest’idea, era perciò es- senziale for- nirla di un’anima e di un corpo.
L’idea, in altri termini, diventava la madre dei due miei amici, fratelli più che amici, se figli della stessa madre.
E come il genitore sceglie il nome per il suo bambino, così io sceglievo i nomi per i due pensionati: don Nicola e don Raffaele.
Nicola, per onorare la memoria di Nicola Maldacèa, il più espressivo rappresen- tante del teatro napoletano, fi­gura spiritosa, piena di doppi sensi, di voglia di mettere in ridicolo tutti e tutto, insomma una macchietta.
Raffaele, per onorare il grande e insuperabile Raffaele Vi­viani del quale ammiro l’arte teatrale.
Raffaele Viviani, l’at­tore, l’autore e l’interprete di canzoni uniche e ini­mitabili, il grande artista del teatro napoletano, il bravo commediografo, unico nel suo gene- re che rese celebri perso­naggi come 'O scugnizzo, ‘O mariunciello, oppure Il mendi­cante, ‘O tramviere, ‘O sunatore ‘e pianino e ancora ‘O scu­patore, ‘O cucchiere e ancora molti altri.
Don Nicola aveva e ha un carattere gioviale, simile a una macchietta, propenso a prendere in giro, a sfottere l’amico, a ironizzare.
Don Raffaele era ed é riflessivo, qualche volta serio altre volte meno serio ma pedante, fino a meritare l’appellativo di “scassac…”.
Non completo la parola per educazione e per rispetto del lettore.
Questi i protagonisti e i miei collaboratori più fidati che, con entusiasmo e capa-  cità istintive, hanno contribuito a realizzare il mio libro.
Un giorno ho chiesto ai due personaggi di ac­compagnarmi in un teatro e loro mi hanno seguito in reli­gioso silenzio, piuttosto stupìti della mia richiesta. Sul palco- scenico di quel teatro, si sono guardati in faccia e mi hanno rivolto una domanda: don Antonio ci spiegate per piacere, perché ci avete condotto in questo teatro, cosa dobbiamo fare su questo palcoscenico?
Poi, non ho avuto neanche il tempo di spiegare.
Ah, don Antonio, mi hanno detto i due, abbiamo già capito tutto, non ci dovete raccomandare niente, andate pure tranquillo che noi ce la sappiamo spicciare nei casi più difficili, anche sulle tavole di un palcoscenico.
E mi hanno lasciato nel mistero più fitto e nebuloso.
Don Nicola e don Raffaele, creature della mia inventiva letteraria, hanno meritato gli applausi a scena aperta, i miei amici sono stati i narratori di favole d’altri tempi raccontate alla loro maniera, hanno commentato eventi politici ed econo- mici e altri eventi ancora, sempre con sorridente e sottile ironia, hanno raccon- tato aneddoti del loro passato, hanno recitato perfino delle poesie.
Non potevo pretendere di più dai miei protagonisti che, per la loro collaborazione hanno meritato i miei elogi e la mia gratitudine.
Ma a mio sommesso avviso, don Nicola e don Raffaele hanno meritato molto di più, hanno guadagnato la dignità di uomini veri, non più personaggi di fantasia, ancor più amici di ottima compagnia, con i quali conversare, confidarsi, prendersi in giro e al­tro, in un clima di serena amicizia.
E in tale clima, m’é sembrato doveroso metterli in regola con l’uf-ficio anagrafico.
Sono nati a Napoli nel 1935, in un quartiere popolare e simpatico, quale? Uno dei tanti.
Don Nicola e don Raffaele hanno un’istruzione limitata, la­sciarono gli studi per volontà dei genitori e per necessità familiari. Tuttavia, il primo imparò l’arte del fale­gname, il secondo diventò elettricista, misero su famiglia provvidero ai biso- gni della stessa e vissero felici e contenti.
Parlano in dialetto napoletano, ma fanno il possibile per renderlo comprensibile al resto del mondo. Forse esagero con tale affermazione, ma è la verità e come suol dirsi, è meglio abbondare.
Don Nicola e don Raffaele si conobbero da ragazzini e la loro amicizia diventò fra- terna. Si parlano col voi in segno di rispetto ma rivelando l’educazione in vi­gore nel ventennio fascista.
Se può interessare, i miei amici sono alti un metro e settanta circa e sono dotati di un fisico invidiabile, mai un chilogrammo superfluo e fastidioso. Quindi se capi- ta, sono in grado di eseguire lavori saltuari, per guadagnare qualche soldo in più, per arrotondare la rata di pensione.
Non sono due elegantoni, ma pur indossando giacca e cravatta, alternano anche maglioni e altri indumenti, per così dire sportivi o casual.
E’ da presumere che don Nicola e don Raffaele curino la loro persona con scru- polo, dalla pettinatura perfetta alle scarpe sempre lucide, al viso ben rasato.
Si spartiscono il sonno e condividono anche l’intenzione di continuare gli studi presso le scuole serali, con la ferma volontà di im­parare sempre di più, stimolati dall’insaziabile desi­derio di sapere.
Anche per loro, non è mai troppo tardi, come suggeriva una trasmissione televi- siva di lontana memoria.
Il più loquace dei due è don Nicola ma non gli è da meno don Raffaele che il più delle volte alla loquacità somma ta­luni commenti tipici del pignolo autentico.
S’interessano di politica e si preoccupano dell’economia na­zionale. Essi sanno quello che la televisione e i giornali di­vulgano ma non le bevono tutte dimostran- do infatti di pos­sedere un eccellente spirito critico.
Dimenticavo quasi, i due amici sono tifosi del Napoli, la loro unica squadra del cuore, per la quale hanno vissuto e vivono, l’inspiegabile frenesia fatta di sana passione, di en­tusiasmo per le vittorie e di rabbia per le sconfitte. La fre­nesia del tifo.
Gli incontri tra don Nicola e don Raffaele sono sempre mo­menti di opinioni scambievoli, d’aneddoti piacevoli, di favole, anche di poe- sie e poi ricordano il passato, come la vecchierella del Leopardi che “novellando vien del suo buon tempo”.
Non credo che si debbano riferire altre informazioni, quelle fornite sono sufficienti per comporre i mosaici relativi alle personalità di don Nicola e di don Raffaele. E che personalità. Mi sono fidato della loro perspicacia e li ho lasciati in un teatro, risultato? Hanno recitato da veri attori, con bravura e maestria… ma, hanno dav- vero recitato sul palcoscenico di un teatro?
Voglio sciogliere il dubbio. Non hanno recitato in un teatro e neppure in altri luo- ghi ma hanno espresso la loro schietta e sincera spontaneità in ogni circostanza e tutte le volte che si sono incontrati.
Dunque, non devo annunciare il debutto di due novelli attori ma con vero piacere e con immenso orgoglio lascio la parola a don Nicola e a don Raffaele, i quali più volte mi hanno raccomandato di non considerarli attori perché non lo sono.  
I miei due amici hanno mostrato una comunicativa insospettabi­le, superiore a qualsiasi forma di recitazione e proprio per­ché spontanei, onesti e leali, hanno integrato così bene le loro conversazioni e le loro battute da non doverle concor- dare a priori.
E allora, benchè non siamo al teatro, su queso libro si alzi il sipario e buona letura a tutti. Lettura briosa e divertente. 

Nella foto sono riprodotte le immagini, da sinistra a destra, di Antonio Esposito Tessìopo, di zio Gaetano, fratello di mio padre e di mio padre Pasquale Esposito. Voglio ricordare mio padre e zio Gaetano, due miei affetti molto cari, prestando i loro volti ai due protagonisti del libro, a don Nicola il volto di zio Gaetano e a don Raffaele il volto di mio padre.

Tessìan



Nessun commento:

Posta un commento